Il Popolo di Enotria in Common Law

Non basta una popolazione per fare un Popolo

Non basta una popolazione per fare un Popolo

Questo articolo offre uno spaccato, sintetico ma dettagliato, della situazione sociale italiana, ed è proprio per il bisogno di uscire da questo tipo di situazione che si è scelto di creare una realtà come quella del Popolo di Enotria, unendo forze ed ideali tra quanti sentono la necessità di realizzare una nuova struttura sociale basata sui principi di unione, cooperazione e solidarietà (by Wendy)


Esiste il popolo, dove i membri cittadini sono compatti e coesi, pronti a battagliare per una propria condizione o un ideale, attenti quando serve a sfidare chiunque voglia dividerli.

E poi esiste la popolazione, un insieme di persone diverse fra loro che vivono in uno stesso territorio, dove non esiste il sentimento di appartenenza ad una collettività nazionale ma vige un tutti contro tutti, dove la propria condizione viene migliorata togliendo da quella degli altri e mai collaborando assieme.

Ecco perché non basta una popolazione per fare un popolo.

E ora diciamocelo francamente: noi italiani non siamo mai stati un popolo avvezzo all'unanimità e all'unità, non siamo omogenei, non lo siamo geograficamente e nemmeno culturalmente, siamo sempre divisi su tutto, non remiamo mai tutti nella stessa direzione, anzi spesso remiamo proprio l’uno contro l’altro.

Ottaviano o Marco Antonio, Guelfi o Ghibellini, Coppi o Bartali, Dc o Pci, vax o no vax. Anche oggi, a oltre un secolo e mezzo dalla fantomatica "unità", non abbiamo ancora la coscienza di essere una Nazione – Nazionale di calcio a parte – per via di motivazioni storiche che continuano a germogliare sul nostro territorio. Del resto è scritto anche nel “Canto degli Italiani”, conosciuto come Inno di Mameli: “Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi.“

Non siamo un popolo nel grande e nemmeno nel piccolo: il condominio ne è l’esempio più lampante.

Questa mancanza di unità e di direzione fa sì che la popolazione abbia un solo interesse, quello per il proprio giardino, e di conseguenza si muove solo per convenienza.

“Popolo” lo siamo solo sulla carta, del resto ci siamo ritrovati ad essere una nazione assemblata, dove non ci sono ideali o valori del prossimo di cui all'italiano interessi qualcosa. Siamo culturalmente cresciuti sul farcela emergendo a discapito di qualcun altro, non abbiamo un motto, un pensiero, un credo, un qualcosa che ci faccia sentire uniti e funga da bussola, facendoci pensare e dire “questo non lo accettiamo” nel momento in cui veniamo prevaricati di qualcosa di collettivo.

Mi verrebbe da scrivere che l’unità d’Italia sia stata fatta proprio all'italiana maniera. Perché per una popolazione da sempre storicamente dominata, abituata ad arrangiarsi per sopravvivere, dopo secoli diventa un tratto geneticamente determinato, diventa così la popolazione dell’io speriamo che me la cavo.

Certo, siamo stati capaci anche di notevoli azioni corali, come i moti sessantottini, ma quell'epoca è un’eccezione che in fondo conferma la regola.

Gli italiani, abituati da secoli ad essere sudditi più che cittadini, sono fondamentalmente pigri, della serie “armiamoci e partite”. Tizio aspetta che sia Caio ad alzare la testa e Caio aspetta che sia Tizio a protestare.

Un "divide et impera" strutturale, che scorre nelle vene di milioni di individui che si fanno la guerra tra loro senza mai pensare lontanamente di unire le forze contro il nemico. Una situazione descritta alla perfezione da Manzoni ne "I promessi sposi" con la parabola dei capponi; a dimostrazione che nelle difficoltà anziché aiutarci l’un l’altro, continuiamo a beccarci vicendevolmente.

Panem et circenses (pane e giochi circensi) scriveva il poeta latino Giovenale, satireggiando sulla politica degli imperatori romani che concedevano alla plebe queste periodiche elargizioni, in modo da ottenere il loro consenso silente. Ad oggi, a duemila anni di distanza, non pare essere cambiato granché. Vediamo ancora tanti circhi, ma poco pane.

Offri all'italiano qualche promessa, una TV, offrigli degli spettacoli come le partite di calcio e lo tieni contento e fermo sul suo divano, tanto che si entusiasmerà anche dinanzi alle trasmissioni più stupide, insensate e demenziali.

Si continua a ragionare solo in termini di bisogno personale anziché in termini di cosa è giusto e cosa no per la collettività. Chi ha la pancia piena se ne frega di chi ha la pancia vuota, chi ottiene un diritto si fregia di averlo tolto a qualcun altro e a ogni dito puntato se ne aggiunge un altro. La presenza di una popolazione anziché di un popolo la si evince anche dalla folta schiera di soggetti acritici presenti, perlopiù creduloni e avidi, che offrono la loro materia grigia a continui sciacqui, risciacqui e centrifughe.

Perché il popolo ha un’anima collettiva che sopraintende e governa, cosa che la popolazione non ha, motivo per cui è sempre governata e soggiogata.

Tutti lo abbiamo sperimentato sulla “nostra pelle” in questi ultimi anni, dove c’è stato un aspro scontro di vedute per quello che, ipoteticamente, doveva essere un bene collettivo, ma che in verità si è dimostrato un forte atto di invadenza e di divisione, un tutti contro tutti senza alcun scampo: chi a favore delle chiusure chi contro, chi per l’obbligatorietà e chi voleva decidere liberamente se e come curarsi. Abbiamo assistito a mesi interi di persecuzioni varie, linciaggi mediatici e insulti da ogni angolo.

È questa la cosa più grave che uno Stato possa mai commettere, esattamente come un genitore che mette i propri figli l’uno contro l’altro. Imperdonabile.

Ma la verità è che facile governare quando le rane sono arrivate al punto di cottura, soprattutto se le suddette pensano solo a sé stesse, anziché aiutarsi a vicenda.

Motivo per cui ribadisco: non basta una popolazione per fare un popolo!

di Tragicomico

Fonte: https://www.tragicomico.it/popolazione-popolo/

 

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